Le luci della sera (2006)

Scritto da J. Doinel il mercoledì, luglio 04, 2012 con 2 commenti
Non c'è da stupirsi se nella classifica personale del regista finlandese compare il nome di un film di Robert Bresson. Kaurismäki è debitore di quelle "Note sul cinematografo" (1950) che con frasi breve, secche e dirette, proprio come le stesse immagini che Bresson ci ha regalato con i suoi film, enunciavano la pecularietà della macchina da presa, la sua forza di trasformare come nessuna arte era mai stata capace di fare fino a quel momento. Il cinema è nato da un terribile errore, dall'inutile tentativo di filmare l'arte drammatica teatrale, che non è trasformabile. Si contrappone il cinematografo, arte cinematografica pura, capace di raggiungere quella trasformazione, giungendo all'esperienza primordiale del "non mai veduto e immaginato".
Fin dalle prime inquadrature de Le luci della sera, assistiamo a una stilizzazione pressante sugli ambienti e sulle cose costruita attraverso un uso particolarmente geometrico delle luci e della fotografia. Lo sguardo della macchina da presa è disincantato e vergine. La recitazione dei personaggi è ridotta ad azioni e coordinate, la gamma delle loro espressioni è pressoché minima, è l'energia del montaggio a dare significato ai loro visi.
«Disfare e rifare il montaggio fino all'intensità»
Robert Bresson
E così entriamo nel misero mondo di Koisten, una guardia notturna che percepiamo immediatamente come un uomo umile, emarginato e incredibilmente solo. Ha un solo progetto nella vita: quello di aprire un'attività per sbarazzarsi della miseria morale ed economica che lo circonda. La gente del posto lo umilia per il suo lavoro, c'è qualche ubriacone che scherza sulla sua vita notturna urlando "sei andato a donne?", qualche donna che lo evita perché timorosa di rivelare la propria privacy e un gruppo di buffoni che lo pesta solo perché difendeva la vita di un cane (la scena del pestaggio è un pianosequenza in fuori campo assolutamente brillante: il gruppo esce dal bar in compagnia di Koisten, la mdp rimane immobile nel bar e dopo alcuni secondi il gruppo ritorna al bar sogghignando). Solo Aila, la proprietaria di un chiosco, sembra ascoltare il giovane che però non sembra ricambiare lo stesso interesse. Un bel giorno succede qualcosa di diverso nella vita di Koisten, una bella e misteriosa donna dai capelli biondi di nome Mirja si avvicinerà a lui con interesse. Koisten ne rimarrà folgorato, e i due si frequenteranno come due novelli innamorati (di una dolcezza malinconica la sequenza del cinema in cui Koisten fissa Mirja durante la proiezione di un film horror). Ma è tutto troppo perfetto per sembrare vero. Kaurismaki infatti non esita a mostrarci le vere intenzioni di Mirja che è complice di una banda di criminali ed è intenta ad approfittare dell'ingenuità e bontà di Koisten per conoscere il codice di accesso di una gioielleria. Il suo piano sarà perfetto e non farà una piega. Koisten pur avendo compreso di essere stato incastrato non denuncerà Mirja, perché comprende che in fondo anche lei è una vittima, vittima del potere di Lindholm, il capo della banda. Koisten finirà in carcere e sconterà la pena. I giorni nel carcere, paradossalmente, saranno più solari della vita libera, Koisten farà un sorriso mentre scambierà delle chiacchiere con altri detenuti, l'unico sorriso dell'intera pellicola. Uscito dal carcere tenterà di reinserirsi nella società trovando un lavoro come cameriere, ma sarà umiliato ancora, questa volta proprio da Lindholm in compagnia di Mirja che li farà perdere il nuovo lavoro. Koisten in preda a un raptus tenterà di accoltellare Lindholm, rischiando ancora una volta di finire in carcere. Verrà catturato dalla banda di Lindholm che lo pesterà a sangue (altra sequenza di assoluta maestria, il pestaggio non mostra il corpo di Koisten, ma solo una guarda che colpisce in violenza mentre i suoni dei calci sono alti tanto da sembrare vivissimi, successivamente la mdp si posa sul particolare dello spasmo della mano di Koisten in assenza di sonoro dopo che la guardia gli ha dato l'ultimo colpo: proprio come da lezione bressoniana l'azione viene sentita o mostrata, il sonoro sostituisce il visto e viceversa).
«Emozione prodotta attraverso resistenza all'emozione»
R. Bresson
Quello che colpisce di Kaurismäki è la sua capacità di raccontare una storia così cruda, senza rinunciare all'ironia, spesso enunciata dalla costruzione di alcuni dialoghi (come l'incontro tra Koisten e Mirja al bar) e sottolineata proprio dalla conseguenzialità delle azioni dei personaggi, che seguono un ordine "morale", assolutamente naturale. Koisten fa i suoi errori, non agisce quando dovrebbe o agisce quando non dovrebbe, ed è la sua imperfezione che ce lo rende più umano. E' anche per questa ragione che lo spettatore quando lui subisce una vera ingiustiza la sente 100 volte di più di quanto potrebbe sentirla con un personaggio in un film psicologico, dove la vittima è vittima e il carnefice è carnefice. Kaurismäki con il suo occhio gelido e distante, ma introspettivo a 360 gradi, non vuole affidarsi allo psicologismo o alla denuncia del film sociale, ma vuole portare i nostri occhi al di là del dramma individuale, verso una verità trascendente, che lega tutti gli esseri umani votati all'amore. E così nel finale del film, sono proprio i nostri occhi a guardare diversamente il mondo, se prima erano accecati da una benda fatta di aspettative e passioni romantiche per la vita come quelli di Koisten, ora la benda è cascata giù e il mondo ci rivela che il presente ci offre già soluzioni importanti, proprio da quegli esseri umani che portavamo in ombra. Sono queste persone, che per fratellanza o amore, si rivelano essere la nostra luce salvifica. Grazie Aila. 


Il film è stato distribuito in Italia ed è disponibile in DVD.
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