• Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio da regista, gira per la prima volta un film in costume e con donne adulte come protagoniste...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi a rappresentare uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

lunedì 18 gennaio 2021

I May Destroy You (2020)

Non è facile parlare di questa serie HBO, che arriva dove le produzioni Netflix non riescono ad arrivare. É stata scritta, diretta e prodotta dalla stessa attrice protagonista Michaela Coel. Un lavoro impegnativo dal punto di vista tecnico e anche coraggioso visto che gli eventi narrati che ruotano attorno al personaggio di Arabella, sono anche quelli che la Coel ha vissuto in prima persona. 
La serie è in sostanza una bomba ad orologeria contro la cultura dello stupro, contro quella parte oscura che domina nella società umana, contro quel demone che struttura e plasma le emozioni e i comportamenti umani mettendoli al servizio del sistema patriarcale. Eppure, nella sua straordinaria capacità di trattare tematiche di genere (e non), che sono tutt'oggi al centro di accessi dibattiti nel mondo femminista, la serie non ne diviene mai un mero sponsor politico e ideologico. É la complessità del personale che viene rappresentata, ed è soprattutto il dolore che mette in moto ogni processo di consapevolezza della protagonista. Il trauma dello stupro rimosso risale lentamente alla sua coscienza con una tale forza distruttiva che ogni processo vitale si interrompe, si paralizza, inchiodando Arabella a guardare dentro il proprio involucro, faccia a faccia con quella parte dell'anima che è stata violata. Le persone attorno a lei tenteranno di aiutarla a ricordare, ma inutilmente. Si prenderanno cura di lei, soprattutto la sua amica Terry che la seguirà costantemente nelle sue attività di recupero, anche se nasconderà una verità scomoda che metterà a dura prova la loro "sorellanza". Ed è interessante come i personaggi secondari apriranno nuove narrazioni, volte ad alimentare il dibattito sulla sessualità e il consenso. C'è appunto quello di Terry che ha vissuto un threesome con due ragazzi italiani e che si illude di averne partecipato in condizione di totale libertà e trasparenza, c'è la storia di Kwame, un ragazzo gay, che subisce uno stupro poco dopo aver avuto un rapporto consenziente con la stessa persona e c'è anche la storia di Theodora, che da bambina è stata vittima di revenge porn. La serie colpisce per la sua ironia audace, mai cinica, che dona una famigliarità particolare ai personaggi. Tra leggerezza e crudeltà si arriva verso un finale incredibile. In particolare, l'ultimo episodio è un'esperienza sconvolgente. (Spoiler) Arabella si troverà a combattere direttamente contro il volto del suo stupratore, la personificazione del male che è finalmente riuscita a ricordare e identificare. Tre processi avverranno all'interno dell'episodio e che potremo definire: distruzione, comprensione e liberazione. Nel primo, la vendetta sarà padrona, lo stupratore verrà fatto cadere in una trappola orchestrata da Arabella e le sue amiche, per finire catturato e successivamente pestato a sangue fino alle morte. Le donne umilieranno il suo corpo in un'ottica dove le stesse finiranno per personificare e reiterare il processo di aggressione e sottomissione patriarcale. Nel secondo, la pietà "del porgi l'altra guancia" porterà Arabella a fraternizzare con lo stupratore, invitandolo così ad entrare nella camera della sua casa, per ascoltarlo, per capire la sua storia e le ragioni del suo comportamento. Troverà così il suo pentimento. Nel terzo, rivoluzionario e conclusivo processo, Arabella copulerà con lo stupratore in un rapporto consenziente, così che la stessa sessualità diverrà lo strumento di liberazione. Tutto avviene all'interno di un quadro decostruttivo del genere, poiché i ruoli tradizionalmente assegnati al sesso di appartenenza sono ribaltati: Arabella dominerà l'uomo durante il rapporto sessuale, usando uno strap-on. L'orgasmo con la sua energia liberatoria ristabilirà l'ordine. Arabella si riapproprierà finalmente della sua sessualità violata. Poco dopo, in un'immagine di straordinaria inquietudine e potenza evocativa, il corpo nudo dello stupratore che ha trascorso la notte d'amore con Arabella e quello sanguinante dello stesso stupratore che ne è rimasto dopo la vendetta, lasceranno la sua stanza come due spettri alla fine di un rituale d'esorcismo. Nell'aria si può sentire una catarsi dolorosissima. Non rimarrà che un sospiro di sollievo prima di raccontare quella storia, quel percorso di consapevolezza, finito nel nuovo libro di Arabella. Il dolore è ancora lì, ma con tutti i suoi pezzi finalmente raccolti. Adesso sono pronti per essere esaminati, per capire cosa di buono possiamo trarne e se possiamo così diventare persone migliori. 
"I May Destroy You" con la sua brutalità, profondità e originalità non vi lascerà in pace. Non è soltanto la serie migliore del 2020, ma è anche uno degli spettacoli televisivi più potenti visti negli ultimi tempi.


lunedì 11 gennaio 2021

SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano (2020)

Serie documentaristica prodotta da Netflix e che ha fatto discutere molto nell'ultimo mese. Formata da cinque episodi intelligentemente scanditi in Nascita, Crescita, Fama, Declino e Caduta, ripercorre la storia della comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano (a Coriano), dalla sua nascita nel 1975, alla sua fine quando il suo fondatore Vincenzo Muccioli morì nel 1995. Checché si dica la serie espone in maniera lucida l'evolversi della comunità e della figura di Muccioli avvalendosi di ricche immagini di repertorio selezionate da 180 ore di 51 diversi archivi storici. Sono serviti 3 anni di lavoro per finalizzare la docu-serie. Il ritratto che ne esce fuori è un importante pezzo di storia italiana che ci permette di capire quale sia stato il modus operandi dello Stato Italiano e della Sanità Pubblica riguardo il problema della tossicodipendenza. Potremo definirlo in due parole: assenza e abbandono. L'abbandono dell'assistenza pubblica, l'assenza di ricerca scientifica sul campo, la conseguente mancanza di un programma di prevenzione e le inadeguate terapie farmacologiche per contrastare la tossicodipendenza, tutti fattori che hanno permesso ad aziende e società private in quegli anni, come quelle entrate in ballo proprio a San Patrignano, di acquisire un potere enorme. Un potere che è riuscito a costruire una realtà alternativa, a riformulare addirittura una visione del mondo e della società stessa mettendo in discussione il valore della Legge e i principi della Democrazia, in favore di una visione autoritaria, paternalistica e conservatrice della società, considerata come unica e sola soluzione inoppugnabile, l'ultimo salvagente al problema della tossicodipendenza. Quando nell'Ottobre del 1980 arrivarono le prime denunce contro Muccioli per i metodi violenti e coercitivi utilizzati, dagli atti persecutori, ai pestaggi, per finire all'incarcerazione con catene dentro piccoli spazi degradanti senza il rispetto delle norme igienico sanitarie di alcuni ragazzi recidivi che tentavano la fuga dalla comunità, l'opinione pubblica era sempre dalla parte di Muccioli e i suoi metodi e contrastava insistentemente le decisioni, i processi e gli appelli della Giustizia italiana. D'altra parte l'opinione pubblica era fortemente influenzata dall'immagine che i media, in particolare quelli televisivi, davano di Muccioli. Storiche sono le sue partecipazioni ai programmi di Maurizio Costanza, Giancarlo Magalli e Pippo Baudo, oltre al sostegno di personaggi illustri dello spettacolo come Paolo Villaggio che esaltava Muccioli come una figura da santificare, in quanto San Patrignano aveva salvato suo figlio Piero dall'abuso di droghe. La comunità godeva anche del sostegno di molte fazioni politiche, in particolare dalla coppia Moratti (che la finanziava con ingenti somme di denaro) e del giornalista fascista Indro Montanelli che ne esaltava positivamente il suo carattere punitivo. Ma quando scoppiò il caso Maranzano, nulla poté fermare il senso di ingiustizia e disperazione che l'anima di Roberto Maranzano richiamava a tutti: un uomo siciliano di 36 anni che fu pestato brutalmente a sangue e torturato con strumenti per suini nella macelleria di San Patrignano fino alla morte, il suo cadavere fu ritrovato in una discarica avvolto da una coperta dalla comunità. Da qui in poi ci si comincerà interrogare veramente se la violenza all'interno della comunità era casuale e isolata o se era qualcosa di strutturato nel suo sistema. La serie sviluppa questi ultimi lati oscuri in maniera egregia, lasciando sempre che lo spettatore costruisca da solo la sua idea sui fatti, contrapponendo molteplici testimonianze. Finché, il contrasto tra quest'ultime, causa un'implosione e la verità urla la nostra attenzione. Forse, una piccola pecca è nel finale dove si poteva evitare il "gossip" spicciolo sulle insinuazioni della presunta omosessualità di Muccioli, aspetto davvero irrilevante. Ciò non toglie che il mistero della sua morte avrebbe meritato un maggiore approfondimento malgrado l'effettiva ambiguità e mistero. "SanPa" nei suoi pregi e difetti, rimane un prodotto di altissimo livello, è coinvolgente, potente, a tratti inquietante, non ti lascia andar via, il minuzioso lavoro del montaggio di Valerio Bonelli è stato lodevole. É qualcosa su cui è necessario imbattersi, non solo per conoscere un pezzo della nostra storia, ma anche per comprendere davvero quanto la disperazione umana sia la più cospicua fonte di guadagno. Le testimonianze dei "sopravvissuti" lasciano il segno. Muccioli non cercava denaro da te come orgogliosamente enunciava, ma voleva solo ed esclusivamente la tua vita, per riformarla e ricostruirla a sua immagine, in una determinata società costruita in funzione della sua immagine. Cosa ci può essere di più mostruoso di questo? Perdete ogni libertà, Voi che entrate.


La serie può essere vista su questo link, sottoscrivendo un abbonamento a Netflix.

martedì 22 dicembre 2020

L’Hirondelle et la mesange (1924)

Dal sito della Cineteca di Bologna:

L’Hirondelle et la mesange fa parte di quei film mitici mai usciti in sala e dei quali si erano conservati soltanto i giornalieri. Giudicato troppo documentaristico dalla Pathé Consortium, che temeva un fiasco finanziario, il film fu proiettato solo a pochi iniziati durante una serata organizzata nel novembre del 1920 al Théâtre de la Gaîté e in seguito ai membri del Club français du cinéma il 5 giugno 1924. Il montaggio di Antoine non è mai stato ritrovato. Fu solo nella primavera del 1982 che riapparvero negli archivi della Cinémathèque française ventitré scatole contenenti ognuna 300 metri di negativi dei giornalieri, depositati nel 1942 da André Laporte, ex dipendente della Pathé-cinéma. La Cinémathèque si impegnò cosi nella post-produzione del film, affidando il montaggio dei giornalieri a Henri Colpi – montatore per Resnais e Varda e come regista vincitore della Palma d’oro a Cannes con il suo film d’esordio Une aussi longue absence –, più di sessant’anni dopo le riprese. Utilizzando la sceneggiatura originale e la lista di intertitoli di Antoine conservati presso il dipartimento di Arti dello spettacolo della Bibliothèque nationale de France, Colpi si cimentò in un caso limite nella storia del restauro, poiché la versione del film che oggi ci viene offerta può essere valutata solo facendo riferimento al suo lavoro del 1983. 
Manon Billaut

Durante la prima mezz'ora della visione del film di André Antoine, per l'eccessiva illustrazione delle ambientazioni e il distacco dai personaggi, si ha effettivamente la sensazione di assistere a un documentario. Vediamo il viaggio di una famiglia all'interno di due péniche appaiate, la famiglia è composta da Pierre Van Groot, la sua moglie Griet e la giovane sorella di lei, Marthe. Viaggiano per le acque del Belgio e della Francia a fini commerciali. Arrivati ad Anversa, Pierre assume come nuovo aiutante delle imbarcazioni il giovane Michel. E gradualmente, quasi senza accorgersene, proprio come maturerà il legame tra la famiglia e lo sconosciuto pilota, la macchina da presa si avvicinerà a loro, superando quel distacco iniziale. Anche i paesaggi attorno all'imbarcazione, inizialmente caotici e freddi della città, muteranno e acquisteranno una luce intimista quando si isoleranno dalle aeree urbane, in questi momenti le musiche di Raymond Alessandrini (che ha preso in prestito anche tre temi di Maurice Jaubert) si coniugheranno con incanto ai paesaggi naturali. Le "pause" di quelle immagini documentaristiche acquisteranno un valore poetico. Sembrerà di essere lì, di respirare quell'aria, quella pace, quella vita. É interessante per i tempi in cui fu girato (prima del "realismo poetico" di Vigo, per intenderci), la scelta di aver utilizzato delle inquadrature da diverse angolazioni per raccontare il vissuto interiore dei personaggi, esplicativa a questo proposito è la parte in cui Griet racconta al marito la molestia che ha subito da parte di Michel, la scena viene ripercorsa da un flashback mostrandola da un'angolazione diversa da quella dell'accaduto. Sorprende anche la naturalezza della recitazione degli attori, che contribuiscono ad accentuare il realismo e conseguentemente la crudezza degli eventi narrati. L’Hirondelle et la mesange è uno di quegli esempi di cinema dove l'equilibrio tra forma e contenuto è perfetto, fareste bene a intraprendere questo viaggio in silenzio e goderne della sua intima e semplice bellezza.

«Ho avuto l'idea di un film: la vita dei barcaioli, nelle Fiandre, sui canali. Mando avanti Grillet, per cercare un ambiente. Poi arrivo con gli artisti. Lasciamo Anversa sulla nostra chiatta e risaliamo la Schelda. Magnifico... Poiché tutto era stato girato in movimento, tutte le immagini sono venute in rilievo. Impressionante.»

André Antoine 




La Cinémathèque française ha messo a disposizione il film in streaming su questo link

lunedì 21 dicembre 2020

"Sul significato" intervista a Jessica Hausner


Questa interessante intervista è stata fatta a Jessica Hausner dalla Cine-Fils.com, nel Dicembre del 2009. Può essere visionata in lingua originale qui, su YouTube. Di seguito riporto la traduzione in italiano (ringrazio per l'aiuto Viola):

Le sue immagini sobrie lasciano molto spazio al significato, perché non è solo l'effettivo visibile che viene raffigurato, ma anche gli eventi che accadono sotto la superficie. Un'invisibilità che sfida il pubblico. Jessica Hausner ha parlato con noi dello sviluppo delle immagini e del loro significato.
 
Sulle IMMAGINI e il SIGNIFICATO 

Ho sempre l'impressione che il film come mezzo abbia davvero poteri magici, perché l'inesprimibile accade senza essere espresso o potersi esprimere. Perché il cinema ha a che fare con l'inesprimibile. E le immagini hanno la capacità attraverso i mezzi visivi, l'atmosfera e l'immagine stessa di mostrare qualcosa che sfugge all'interpretazione e alla definizione. Mentre con il linguaggio si nominano le cose e nominandole si inizia a interpretarle e ad applicarvi delle etichette. Per me è una gioia tornare alla fase pre-linguistica e guardare a una situazione senza poterle dare un nome. 

IL CINEMA solleva interrogativi con le IMMAGINI e con l'INVISIBILITÀ

Per quanto paradossale possa essere, l'invisibilità gioca un ruolo importante per me, poiché il film di solito si occupa di visibilità. E mi interessa mostrare la superficie visibile di qualcosa senza necessariamente definirne il significato. Certo, non appena monti una telecamera e dai un dialogo agli attori, generi un significato, è chiaro, ma allo stesso tempo mi piace avere una visione d'osservazione nel raccontare la storia e rappresentare un po' di realtà senza dare, allo stesso tempo, l'interpretazione. Questo fa sì che le persone si chiedano cosa sta succedendo e dove questo sta portando. Di conseguenza, sorge immediatamente la domanda su cosa c'è dietro le immagini. Ed è questo che è interessante, mostrare un evento senza spiegarlo. E come spettatore comincio a chiedermi: cosa c'è dietro a tutto questo, cosa è successo all'interno del personaggio, perché si è comportato così, perché è successo a lui, perché la storia è così? 

Come sollevare DOMANDE attraverso le IMMAGINI 

Le mie decisioni si basano sul principio: "meno è meglio" e applico il rasoio di Occam. I miei copioni di solito sono così minimalisti che le persone mi chiedono: "Di cosa si tratta? Non è niente!" "Non contiene niente." Questa è la frase che di solito mi viene detta. Vogliono sempre più dettagli e scene per capire meglio il personaggio. Ma mi rifiuto fermamente di farlo e così inizio a disegnare il mio storyboard. Lo storyboard è per me il punto in cui il film inizia ad essere un film. Perché è qui che cerco di trovare le immagini corrette. Questo è un lungo processo in cui disegno immagini e schizzi, mi vengono in mente idee, ricomincio da capo, inizio dalla fine o nel mezzo finché non trovo un punto di partenza e una scena in cui so che deve assomigliare a questo e quello. 

Come possono i film STIMOLARE il loro PUBBLICO

Ci sono certamente modi cinematografici per accendere il cervello. Per esempio discostarsi dal totale ermetismo dello schermo e dichiarare all'interno del film che si tratta di un film, di un artificio. "Non devi credere a tutto quello che vedi, devi pensare con la tua testa." Questo in un certo senso è sempre incorporato nello stile di un film. Già optando per un certo, chiaro stile, uno stile che è percepito come tale, ti dirigi in una direzione dove non ti limiti solo a raccontare una storia che ti trasporta in un altro mondo che è totalmente coerente con se stesso. Questo significherebbe che non ci sarebbero domande alla fine. Ma se fai un film con dei buchi, un film che non guida sempre il pubblico, allora il pubblico deve farsi la propria opinione. Alcuni credono sia noioso, a me invece piace sempre. Al cinema mi piace essere sfidata a pensare con la mia testa. 

giovedì 17 dicembre 2020

Little Joe (2019)

«Ho studiato psicologia soltanto due anni, poi ho lasciato perché sono rimasta delusa, mi sembrava stupido voler etichettare tutte le emozioni umane, l'ho trovato infantile. Più andavo in direzione scientifica e più mi sembrava folle, quindi volevo studiare le emozioni nella vita vera. Voglio che nei miei film i personaggi non siano completamente spiegabili.» 
Jessica Hausner (Bergamo Film Meeting 32, 2014).

Queste dichiarazioni della regista austriaca rilasciate qualche anno fa, risuonano così chiare durante la visione del suo ultimo lungometraggio, "Little Joe". Il film segue le vicende di Alice Woodard, una madre divorziata che vive con il suo unico figlio Joe e che lavora in una società impegnata allo sviluppo di nuove specie nelle piante. Alice progetta un nuovo fiore color cremisi a scopo terapeutico, un fiore dall'aspetto meraviglioso che se curato in modo adeguato è capace con il suo odore di fungere come un antidepressivo naturale. Alice, segretamente e contro il regolamento del laboratorio, porta il fiore a casa sua per donarlo al figlio, battezzandolo Little Joe. Il fiore però ha anche una peculiare caratteristica che viola le leggi della natura: è sterile, non può riprodursi in alcun modo senza l'aiuto dell'uomo. Si susseguiranno una serie di strani eventi che faranno trapelare che il fiore sia capace, attraverso il suo polline, di cambiare davvero le persone al fine di preservare la sua proliferazione nel mondo.
La Hausner non rinuncia all'ambiguità che contraddistingue il suo cinema, il tutto è misurato per insinuare il dubbio nello spettatore. Le persone attorno alla protagonista cambieranno, ma questi cambiamenti saranno davvero influenzati da Little Joe o saranno il frutto dalla spontanea trasformazione psicologica degli esseri umani? Joe lascerà l'appartamento della madre per ricostruire sinceramente un rapporto con il padre o perché nella campagna di suo padre potrà seminare Little Joe? Chris, il collega di Alice, sosterrà e crederà davvero al suo progetto o lo farà perché è influenzato dalla pianta? Karl, il responsabile della società per cui lavora, vorrà chiudere davvero un occhio sugli illeciti di Alice o lo farà esclusivamente per permettere a Little Joe di espandersi nel mondo?
La psicologa di Alice tenterà di dare una spiegazione agli eventi raccontati dalla sua paziente, riconducendoli ai sensi di colpa di Alice: l'improvviso successo del suo progetto, la sua voglia di indipendenza e di ricostruirsi una vita da sola con il conseguente "abbandono" del figlio adolescente, non sarà mica che "la paziente sta sopprimendo il suo desiderio inconscio di liberarsi dal legame con suo figlio"? É qui evidente l'ironia della Hausner nei confronti della limitatezza della psicologia nel voler cercare di spiegare a tutti i costi i fenomeni della vita, anche quelli più incerti e misteriosi.
La regia adotta un'affascinante estetica minimalista: inquadrature statiche e geometriche, lente carrellate prevalentemente orizzontali e una fotografia dai colori pastello e vivaci curata da Martin Gschlacht (che ha già collaborato con tutti i film della regista). Ad accompagnare questo quadro filmico sono le musiche orientali di Teiji Ito, noto per le sue colonne sonore nei film sperimentali di Maya Deren.
Ma cos'è in sostanza "Little Joe"? Una riflessione del male, quello più insidioso e manipolatorio, perché agisce silenziosamente e con estrema raffinatezza. Jessica Hausner è interessata al mondo dell'invisibile e questa volta riesce a farcelo "sentire" con la sua quieta ostilità, a dimostrazione di questo sono interessanti le scene in cui lo zoom della macchina da presa si dirige verso lo sfondo dei personaggi, facendo sparire completamente quest'ultimi nel bel mezzo di una conversazione, gli oggetti così focalizzati sullo sfondo è come se si rivelassero allo spettatore per la prima volta, quasi per bisbigliarci qualcosa. In questa pellicola, fin troppo perfezionista e tecnicista, non c'è il pathos di "Lourdes" (che rimane il capolavoro della regista), ma c'è una straordinaria inquietudine che non ti lascia via a post-visione e che stimola riflessioni non banali. E ce ne fossero di film così. Tra il cast spicca la presenza di Ben Whishaw che tutti ricorderanno per la sua interpretazione in "Profumo: storia di un'assassino". L'attrice Emily Beecham che interpreta la protagonista ha vinto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes 2019.


Il film grazie alla Movies Inspired è stato distribuito in Italia ed è acquistabile in DVD su questo link.

Post più popolari