Oltre il naturalismo di Carl Theodor Dreyer (1955)

Scritto da J. Doinel il lunedì, agosto 22, 2011 con 5 commenti
"Non c'è nulla di rivoluzionario in quanto sto per dirvi. Non credo nelle rivoluzioni. Esse possiedono di regola la qualità noiosa di far retrocedere il progresso del mondo. Credo più nella evoluzione, nei piccoli progressi. Così la mia sola intenzione è quella di indicare le possibilità del cinema in un rinnovamento artistico dall'interno.
L'umanità segue la legge d'inerzia ed è restia a spostarsi dalle posizioni abituali. Il pubblico si è abituato alla esatta riproduzione fotografica della realtà e prova sicuramente una certa soddisfazione nel riconoscere ciò che già conosce.
Ci siamo lasciati sedurre dalla fotografia e ora ci troviamo nella necessità di liberarcene. La fotografia deve essere trasformata in modo che cessi di essere pura cronaca per diventare strumento di ispirazione artistica.
La fotocronaca ha costretto il cinema a rimanere agganciato al naturalismo. Solo quando il cinema riuscirà a rompere questi limiti potrà librarsi nella pura immaginazione. Dobbiamo perciò far sì che il cinema si sciolga dall'abbraccio del naturalismo. Dobbiamo metterci bene in testa che il copiare la realtà è soltanto una perdita di tempo. Dobbiamo servirci della macchina da presa per creare un nuovo linguaggio, un nuovo stile.
E' possibile nel cinema un rinnovamento artistico? Non posso rispondere che per me stesso, e non posso vedere che un solo mezzo: l'astrazione. Per farmi ben comprendere, dirò che l'astrazione è qualcosa che esige dall'artista che egli sappia astrarre anche se stesso dalla realtà, per rinforzare il contenuto artistico della sua opera. L'artista deve descrivere la vita interiore e non quella esteriore.
La capacità di astrazione permette al regista di superare l'ostacolo che il naturalismo gli oppone. Essa permette ai suoi film di essere non solo visivi, ma anche spirituali. Il regista deve partecipare le sue esperienze artistiche e spirituali al pubblico. L'astrazione gli offre una possibilità di farlo, col sostituire alla realtà oggettiva la sua interpretazione soggettiva. Questo conferma il fatto che si devono trovare nuovi principi creativi.
Il metodo più facile è quello della semplificazione. Tutti i creatori si pongono lo stesso problema. Ci si deve ispirare alla realtà, poi staccarsi per forgiare la propria opera sul modello della propria ispirazione. Il regista deve essere libero di trasformare la realtà fino al punto in cui essa si indentifichi con la semplicità dell'immagine che il suo spirito gli ha offerto e suggerito. La realtà deve obbedire al senso estetico del regista.
Per rendere tale modello più chiaro e immediato, questa semplificazione deve sbarazzare la ispirazione di tutti gli elementi che non fanno parte dell'idea centrale. Essa deve trasformare l'idea in simboli. Con il simbolismo noi abbiamo ben sicuro il cammino dell'astrazione, poichè il simbolismo opera per suggestione. Questa astrazione per mezzo della semplificazione, che fa uscire il modello più puro da una specie di realismo psicologico fuori del tempo, va ricercata molto modestamente nella scenografia. Il regista può dare ai testi un'anima per mezzo della semplificazione, eliminando il superfluo, facendo di accessori e di oggetti significativi i testimoni psicologici della personalità di chi li possiede.
L'astrazione può suonare alle orecchie della gente di cinema come una brutta parola. Ma il mio solo desiderio è di mostrare che esiste un mondo al di là del naturalismo sbiadito e noioso, il mondo della immaginazione. E' certo che la trasformazione potrà avvenire senza che il regista perda il suo controllo sul mondo della realtà. La sua realtà rimodellata deve essere sempre qualcosa che il pubblico possa riconoscere e alla quale possa credere. E' necessario che i primi passi verso l'astrazione siano fatti con tatto e discrezione. Non bisogna mai urtare il pubblico, ma guidarlo dolcemente verso nuove strade. Si può pensare che il cinema non verrà mai fatto in tre dimensioni, ma per la via dell'astrazione è possibile introdurre una quarta e una quinta dimensione."

Carl Theodor Dreyer
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