• Ida

    È un'opera che apparentemente potrebbe somigliare a un viaggio di formazione, ma l'assenza di psicologia ci costringe a fare i conti con qualcos'altro...

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  • L' Ascesa

    Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera....

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  • Il Nastro Bianco

    È un film che mortifica e disturba come pochi e lo fa in maniera silenziosa rinunciando a una violenza sfacciatamente visiva...

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venerdì 9 agosto 2019

Mandragora (1997)

Wiktor Grodecki conclude la trilogia sulla prostituzione minorile con "Mandragora". A differenza dei due primi lungometraggi (Not angels but angels e Body without soul), questo film non è un documentario ma un film di finzione. La sceneggiatura ripercorre praticamente eventi già esplicati magnificamente nei documentari, ma condensati tutti in un unico personaggio: quello di Marek, un giovane sedicenne incompreso dal padre autoritario che scappa di casa per finire alla stazione Praga, dove subirà ogni sorta di ingiustizia e finirà nelle mani di un magnaccia che ne farà una merce sessuale. Incontrerà però un giovane ragazzo di nome David, anch'esso prostituto, che lo aiuterà a liberarsi dal magnaccia e con il quale stringerà una forte amicizia. Insieme deruberanno clienti per aumentare le loro entrate ma David finirà per usare Marek per raggiungere i suoi scopi. Il rapporto tra i due diventerà sempre più burrascoso e porterà entrambi verso l'autodistruzione.
"Mandragora" è un'opera difficile da giudicare, sopratutto dopo aver visto i magistrali documentari di Grodecki. Lo spettatore sarà teso continuamente a paragonare le opere cinematografiche tra loro e a chiedersi la necessità di questo film di finzione. In prima analisi, vien da pensare che è certamente un film che ha delle pecche narrative perché nello sviluppo di diversi eventi si notano dei"buchi" di non poco conto: per esempio, nella parte centrale del film c'è la scena del bar in cui i due giovani protagonisti vengono presi di mira da un gruppo di uomini ma non conosceremo mai l'esito di quello scontro o ancora la crudelissima scena del pestaggio dei ragazzi del quartiere dove i due vengono feriti gravemente ma non sappiamo come siano riusciti a sopravvivere. L'opera è così caratterizzata da questa discontinuità narrativa che pregiudica sicuramente la sua qualità, ma il motivo non è così incomprensibile, è chiaro che Grodecki è legato molto alle testimonianze dei ragazzi dei suoi documentari e quindi la materializzazione filmica di quegli eventi appare come una sorta di collage di quel memoriale collettivo. Di fatti, malgrado la frammentarietà dell'opera, la regia si dimostra all'altezza restituendo allo spettatore un'esperienza cinematografica potente e disturbante. Anche in questo film, come per i documentari, l'opera è ripiena di brani classici, sopratutto di musica sacra, che non si limitano ad accompagnare l'immagine filmica ma a costruirne la forma con il suo contrasto violento, amplificando il senso di alienazione nello spettatore. Esemplare a questo proposito è la scena dove i due protagonisti incontrano due prostitute e tra loro si scambiano dei dialoghi sconfortanti e brutali sotto le musiche di "Erbarm Dich" di Bach; o ancora la sconvolgente scena dove Marek e David sono nell'appartamento di un regista porno, di nome Libor, che gira i suoi film in presenza di sua moglie e i suoi bambini come se nulla fosse, le musiche di "Wir setzen uns" di Bach fanno da colonna sonora a questi momenti rendendo più insostenibile di quanto già lo sia l'ambiente degradante dell'appartamento e l'incessante pianto della bambina trascurata dai genitori.
Il film è sorretto magnificamente dall'interpretazione di Miroslav Caslavka, al suo primo ruolo d'attore. È interessante notare che nel ruolo di David c'è David Svec che era uno dei ragazzi intervistati in "Body without soul" e che nel film interpreta praticamente gran parte della sua stessa vita! 
Il finale del film nella stazione di Praga, dove assisteremo l'insolubile destino di Marek e suo padre, arriva allo spettatore come un pugno sullo stomaco. L'assenza di un occhio "giudice" al di fuori di questo mondo si farà spietatamente sentire. 
"Mandragora", come nella tradizione medievale ed alchimistica, è una pianta velenosa dall'aspetto di un bambino che emette un pianto letale per chi l'ascolta e che secondo la tradizione machiavellica il metodo più sicuro per coglierla è legarla ad un guinzaglio di un cane che viene lasciato libero in modo che questo tirandola permette di sradicarla udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla. Il film di Grodecki si instilla nello spettatore allo stesso modo: è il gemito disperato delle giovani vittime della prostituzione usate e uccise dal mondo degli adulti, di figli spezzati da padri che non potrebbero mai udire e sopportare il loro pianto.


Su questo link trovate il film con i sottotitoli in italiano creati dal sottoscritto.

mercoledì 27 marzo 2019

A Hole in my Heart (2004)

Lukas Moodysson, il regista svedese di "Fucking Amal" film consacrato da Ingmar Bergman come "Il primo capolavoro di un giovane maestro" e del già discusso "Lilja 4-ever" in questo spazio, nel 2004 tirò fuori un film che con moltissima probabilità quasi nessuno potrà ricordare, sopratutto in Italia, visto la scarsa e mancata distribuzione. Si tratta di "Un buco nel mio cuore" ("A Hole in my Heart"), un film che documenta il set di un film porno amatoriale in un piccolo e squallido appartamento di Stoccolma. Coinvolti nella storia saranno un regista di nome Richard, suo figlio Eric e i due pornoattori Tess e Geko. Non mancheranno scene di sesso, confessioni in stile Grande Fratello, cibo, alcol, droga, giocattoli sessuali, e conflitti umilianti e violenti tra i protagonisti. I quattro ci guideranno dentro i loro drammi più profondi costruendo una sorta di girone infernale dal quale lo spettatore difficilmente troverà una via d'uscita.
Non aspettatevi un manifesto contro il porno ma neanche uno in suo difesa, le intenzioni di Moodysson vanno al di là delle istanze ideologiche femministe che impregnano il dibattito nella società occidentale, spesso anche stigmatizzanti verso gli attori del porno; come lui stesso dichiara "il film diventa parte di ciò di cui parla, è un sintomo, non una diagnosi"¹. Un sintomo esplicato dalla rappresentazione delle parafilie sessuali attuate dagli attori che diventano veri e propri rigurgiti di interiorità disturbate e ferite: Richard ed Eric metteranno in atto l'emulazione dello stupro nei confronti di Tess, simbolo femmineo sacrificale dell'intero film, destinata a subire ed a ingurgitare (anche sotto forma di vero e proprio vomito) il machismo del regista e dell'attore, che si scopriranno avere alle spalle una storia di profonda delusione verso le figure femminili della propria moglie e madre. Tess diventa una sorta di "transfert" in cui la perversione sessuale viene sublimata a catarsi per permetterne la liberazione. Non a caso Moodysson considera il il mondo del porno una sorta di "orfanotrofio" per gli attori dove "ci sono forti legami tra persone che sono state abusate in passato e una gentilezza tra persone ferite e distrutte, che si prendono cura l'una dell'altra"². Le sequenze finali dopo la conclusione delle riprese del porno, accompagnate dalle musiche de "La Passione di San Matteo" di Bach, sono esplicative.
La regia sperimentale e sgrammaticata, l'uso violento del sonoro, la completa atemporalità in cui si svolgono gli eventi narrati, non fanno altro che amplificarne la sua dimensione ciclica e l'assenza di una salvifica per i protagonisti. Sono prigionieri dentro quell'appartamento, tutto è cominciato come è iniziato e tutto verrà ripetuto (il film si concluderà con lo stesso incipit).
Singolare è la figura isolata e malinconica del figlio Eric, che rimane la maggior parte del tempo chiuso nella sua stanza con le persiane delle finestre chiuse, in assenza di luce solare, vestito sempre di nero e che apre la porta della sua stanza saltuariamente per sbirciare cosa accade nell'appartamento, mentre suo padre si presta a girare il film. E' una sorta di voyeur affascinato dalla figura di Tess ma l'unico incapace di sessualizzarla, userà la sua immaginazione per costruire una relazione affettiva materna con essa ed espiare le colpe del padre, uccidendolo simbolicamente.
Eric sarà anche l'unico che interromperà la registrazione filmica della sadica emulazione di stupro che suo padre e Geko avevano "scherzosamente" preparato per Tess. Lei abbandonerà le riprese, ma malgrado i segni traumatici di quella violenza preferirà ritornare sul set piuttosto che affrontare la società e la delusione di non essere accettata per partecipare al Grande Fratello. In fondo è una disadattata, un pò stupida e un pò senza carattere, ma umana e profondamente sola. L'assurdità e l'estremizzazione di questi eventi, come il felice ritorno di Tess nell'appartamento come se nulla fosse accaduto prima, vengono rappresentati registicamente con una poetica dell'enfasi "camp"³, decisamente riuscita. 
Altra scelta registica che salta all'occhio è la censura dell'immagine di ogni marchio commerciale usato nel film,  quasi a prendersi gioco della censura stessa, mentre le immagini chirurgiche di un cuore aperto e delle mutilazioni delle labbra della vagina di Tess durante la labioplastica, passano nello schermo con un parossismo disturbante. Vengono censurati anche i volti dei protagonisti quando gli attori stessi non vogliono essere filmati, in questo modo il regista "provoca" una dimensione metacinematografica che simboleggia il dominio dello stesso regista rispetto agli attori, esattamente come lo è Richard nei confronti di Geko e Tess nel filmare il film porno.
Gli oggetti inanimati esposti nel film come la vagina di gomma, il dildo o le bambole di Ken e Barbie sono continuamente confrontati con i corpi fisici dei personaggi e spesso vengono usati dagli stessi per esporre le loro narrazioni. Anche il cibo è un elemento onnipresente nel film: è continuamente consumato, sprecato, ingurgitato e vomitato, dove i volti degli attori finiscono per esserne soffocati come nell'orgia del cibo finale. Questa impersonificazione e culto nella merce è molto viva e feroce per tutto il film, ed esprime esattamente il processo di reificazione, in senso marxista, che la società capitalistica e consumistica ha sull'essere umano: quello di trasformarlo a oggetto o a ridurlo a "cosa". Lo stesso Moodysson ammetterà l'influenza marxista nel suo lavoro e spiega che il film parla davvero di "persone che cercano di navigare in  un ambiente in cui tutto è in vendita, dove tutto è uso e getta".
"Un buco nel mio cuore" è malsano, anarchico, complesso, devastante, ma un atto creativo fottutamene libero! Lukas Moodysson in una intervista fatta dall'Independet affermerà: "è il mio film migliore, è la prima volta che mi sento veramente libero o forse non libero, ma sicuro di quello che sto facendo".
È un viaggio infernale nel fondo dell'oscurità umana dove la pornografia è il mezzo ma non il fine, il linguaggio del corpo, del sesso diviene il sintomo della condizione psicologica dei personaggi. Non a caso nell'incipit Tess chiede ad Eric di chiudere gli occhi e dirle cosa vede. Buio, carne, vuoto. Un vuoto oscuro che è come un grande buco, un buco come quello della vagina o della bocca di Tess, ripetutamente penetrato durante il film. Forse, un tentativo per entrare in contatto completamente con l'Altro e fondersi in una cosa sola e ritrovare la propria metà, quella metà che secondo una leggenda arcaica raccontata da Eric, sarebbe stata in origine insita nella natura umana ma che poi è stata staccata da un lampo, forse per una punizione divina, dividendo l'essere umano completo in due parti. Ogni ricerca dell'altra parte perduta ormai è vana, ci si lega a qualcosa per riempire quella mancanza, quel vuoto, che non potrà mai essere sostituito e riempito. Un buco nel cuore. Perdete ogni speranza voi che entrate!


Potete acquistare il film qui, i sottotitoli in italiano potete scaricarli qui.

Note: ¹,² Intervista da "The Guardian".
            ³ Nozioni del "camp" 
           ⁴ Intervista da "The Local"
            ⁵ Intervista da "Independent".

martedì 4 dicembre 2018

Pussy Riot: A Punk Prayer! (2013)


Mosca, 21 Febbraio 2012. Nella Cattedrale di Cristo Salvatore, conosciuta come il tempio della Chiesa Ortodossa Russa, tre ragazze con dei passamontagna colorati armate di chitarra e microfoni hanno dato vita ad una performance musicale aggressiva dalle tinte punk, cantando la loro canzone intitolata "A Punk Prayer" ("Una Preghiera Punk"):

 Madre di Dio, Vergine, liberaci da Putin! 
 Liberaci da Putin, liberaci da Putin! 

 Tonaca nera, spalline dorate. Tutti i parrocchiani strisciano inchinandosi. 
 Il fantasma della libertà è nei cieli. Il Gay Pride è mandato in Siberia in catene. 
 Il capo del KGB è il loro Santo, una scorta conduce i contestatori in prigione. 
 Per non offendere Sua Santità, le donne devono partorire e amare. 

 Merda! Merda! È merda di Dio! 
 Madre di Dio, Vergine, diventa femminista. 
 Diventa femminista, diventa femminista. 

 La Chiesa elogia delle regole corrotte, un'altra crociata di limousine nere. 
 Un predicatore verrà a trovarti a scuola, va' in classe e portagli i soldi! 
 Il Patriarca crede in Putin, il bastardo dovrebbe provare a credere in Dio! 
 Una cintura di castità non sostituirà la dimostrazione, 
 anche la Vergine Maria si sta unendo alla protesta!

 Merda! Merda! È merda di Dio! 
 Madre di Dio, Vergine, liberaci da Putin! 
 Liberaci da Putin, liberaci Putin!


La performance durò solo 30 secondi, perché le ragazze vennero immediatamente bloccate dai fedeli e dalla polizia. Nel giro di poche ore furono incarcerate, dando vita a uno show mediatico di proporzioni internazionali. Il film documentario diretto da Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin ripercorre le sentenze giudiziarie di Mosca, le dichiarazioni e la storia musicale delle tre principali attiviste. Il lavoro dei registi è onesto, ma non particolarmente approfondito sopratutto perché racconta i fatti fino all'Ottobre 2012, ma rimane certamente un docu-film essenziale per conoscere bene la controversa vicenda giudiziaria.
Le Pussy Riot (Letteramente "Vagina Ribelle") sono nate in un preciso contesto storico-politico russo, proprio quando nel 2012 in reazione alla campagna elettorale e i brogli elettorali con cui il primo ministro Vladimir Putin si sarebbe assicurato la rielezione per la seconda volta a presidente della Federazione Russa. I testi delle loro canzoni denunciano espressamente la corruzione, l'autoritarismo, l'estremo nazionalismo e il fondamentalismo religioso delle politiche russe atte da Putin. L'esibizione di "A Punk Prayer" le costò l'accusa di "teppismo premeditato realizzato da un gruppo organizzato di persone motivate da odio o ostilità verso la religione o un gruppo sociale (ovvero, i cristiani ortodossi)". L'accusa così formulata le esponeva alla possibilità di una condanna fino a sette anni di carcere, con un minimo edittale commisurato a due anni. Le tre attiviste hanno sempre affermato di non comprendere l'accusa, perché il testo della canzone non è offensivo nei confronti della religione ma è una critica al legame politico che si viene instaurare con essa. Più volte l'attivista Marija Alëchina chiede al giudice di esporre chiaramente l'ideologia politica che è alla base della condanna, ma viene ripetutamente ignorata e offesa. Il fatto giudiziario più incredibile è che l'attivista Ekaterina Samucevič viene tenuta in custodia cautelare per sei mesi anche se non aveva preso parte direttamente alla protesta in quanto era stata fermata e portata via prima che venisse attuata come dimostrano le registrazioni della performance. Il 10 Ottobre 2012, quando verrà finalmente scarcerata presenterà un reclamo presso la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo affermando che più volte durante la custodia i suoi diritti sono stati violati: spesso le veniva negato il pasto e anche di dormire. Nadežda e Marija verranno invece condannate a 2 anni di carcere nei campi di lavoro. Nel settembre 2012 Nadežda farà pubblicare una sua lettera nel blog della band dove racconterà  che le detenute del campo 14 sono costrette a lavorare fino a 17 ore al giorno in una fabbrica che produce uniformi per la polizia e di essere stata minacciata dal vicedirettore del carcere, farà anche uno sciopero della fame che la porterà a un ricovero in ospedale.  
Nadežda e Marija verranno scarcerate il 19 Dicembre 2013, anche se Putin si dimostrerà contrario alla decisione della Duma. Nel Dicembre 2013, l'anteprima del documentario in Russia è stata persino bloccata dal Dipartimento di Cultura di Putin.
L'operazione Pussy Riot ha funzionato perché dentro la loro rivolta c'è un idealismo sincero di matrice rivoluzionaria marxista e femminista (la madre di Nadežda era una militante comunista), che ha portato il collettivo a captare e interpretare un malessere politico-sociale. Con le loro proteste hanno colpito e c'entrato il bersaglio, mettendo giù le maschere della società russa rivelandone la sua opprimente struttura patriarcale. Struttura che storicamente ha avanzato il suo potere "grazie" alla fine del buio e confusionario comunismo sovietico, alimentando le paure verso l'ateismo e una laicità svincolata dall'autorità confessionale, promuovendo il misticismo religioso fino a barcollare verso un nazionalismo sempre più estremo e di carattere neofascista. Simbolo di questo sofferto percorso è proprio la Cattedrale di Cristo, che come è ben mostrato nel documentario, fu demolita nel 1931 dalle politiche antireligiose dell'URSS per costruirne una piscina pubblica e che dopo il crollo dell'URSS fu rieretta.
La performance delle Pussy Riot ci ricorda che c'è ancora una speranza di cambiamento e che quella Cattedrale potrà un giorno abbracciare il femminismo e rinunciare al sessismo dell'ideologia patriarcale, per sradicare una volta per tutte le disuguaglianze. Come ci ricorda Vladimir  Majakovskij nell'incipit del film, "l'arte non è solo lo specchio per riflettere il mondo, ma il martello per forgiarlo". 
Uno dei momenti più belli e significativi del film è la dichiarazione di Nadežda durante il processo:

"Le tre membri delle Pussy Riot non sono le vere imputate di questo processo. Se lo fossimo veramente, non sarebbe certo così importante. Io, Ekaterina e Marija siamo in prigione, in una cella, ma non ci hanno sconfitte, proprio come i dimostranti sono spariti negli Istituti Psichiatrici e in prigione ma hanno emesso il loro verdetto sul regime. Le Pussy Riot sono un gruppo di arte d'opposizione, un'azione politica che usa forme artistiche. È una forma di attivismo civico contro un sistema politico corporativo che esercita il suo potere contro i diritti umani fondamentali. La Russia non ci condanna e ogni giorno sempre più persone credono in noi. Credono in noi e pensano che dovremmo essere libere. Lo trovo affascinante. La verità trionfa sull'inganno. Siamo più libere noi dei Procuratori, possiamo dire tutto quello che vogliamo. Ogni giorno sempre più persone capiscono che un sistema si accanisce contro 3 giovani donne che si sono esibite per 30 secondi nella Cattedrale di Cristo Salvatore, vuol dire che questo sistema teme la verità che rappresentiamo. In conclusione, vorrei leggervi le parole di una canzone delle Pussy Riot, incredibilmente sono diventate profetiche. Il testo dice: "Aprite tutte le porte, toglietevi le uniformi, venite e assaporate la libertà insieme a noi".


Ma le Pussy Riot non hanno smesso di essere profetiche da lì in poi. Le politiche sessiste e omofobe in Russia sono cresciute a dismisura. Proprio nel Giugno 2013 verrà votata dalla Duma una legge che proibisce la distribuzione di materiale propagandistico a sfondo omosessuale, rivolto ai minori di 18 anni, in tutto il paese. Ai sensi della legge, è un atto criminale tenere un gay pride, parlare in difesa dei diritti degli omosessuali, esporre pubblicamente il triangolo rosa (simbolo dei gay nei campi di sterminio nazisti), distribuire materiale che promuova le istanze delle persone omosessuali o propagandare l'idea che le relazioni tra persone dello stesso sesso siano uguali a quelle etero. (A tal proposito vi rimando a questo mio articolo, dedicato al reportage fotografico di Mads Nissen).
Nell'Ottobre 2016 le Pussy Riot pubblicarono il video musicale "Make America Great Again" che vede Nadežda interpretare una satira su Trump e sulle politiche che promuoverebbe in USA, incredibilmente Trump fu davvero eletto come Presidente degli Stati Uniti pochi giorni dopo l'uscita del singolo.


Il regista Aristakisyan Arthur fu uno dei tanti artisti che si unirono alla protesta per la scarcerazione delle ragazze.

PS: Su questo link, potete scaricare il film. Se invece volete acquistare il DVD potete farlo su questo link.

mercoledì 21 settembre 2016

Türelem - With a little patience (2007)

Con l'infernale e poetico Saul Fia, il regista ungherese László Nemes ha certamente firmato un'opera coraggiosa e originale che aggiunge un contributo importante alla larga e spesso banale produzione di film dedicati all'Olocausto. Dalle stesse dichiarazioni rilasciate del regista, pare che sia piuttosto ossessionato dal tema, perchè come racconta, quando era piccolo i suoi genitori gli avevano rivelato che parte della sua famiglia era di origine ebraica e fu deportata nei campi di sterminio. László, afferma, che da quel preciso momento è come se avesse sentito una voragine oscura aprirsi dentro di lui. Non ci meraviglia, quindi, se il suo primo cortometraggio Türelem, sia una sorta di tesi cinematografica su quelle che saranno le tematiche e le tecniche stilistiche sviluppate in Saul Fia.László è interessato al male e sceglie di rappresentarlo nel migliore dei modi: la sua matrice umana. La sua logica, per quanto disumana è un prodotto pur sempre umano, lo spettatore si ritrova così ad affiancare il suo sguardo con quello di un Sonderkommando (Saul Fia) o di una giovane impegata nazista. La macchina da presa insegue parossisticamente i protagonisti nelle loro azioni quotidiane racchiusi in quel primo piano incorniciato nel formato 4:3. L'ambiente circostante privato della profondità di campo, diventa un involucro di spettri umani impenetrabile e insofferente, creando una tensione claustrofobica.Türelem è un interminabile pianosequenza della durata di 13 minuti e per quasi la totalità del tempo, siamo partecipi della vita quotidiana di una comune impiegata d'ufficio: scrive lettere, esegue ordini, ripone oggetti nel suo armadietto e ogni tanto agita tra le mani una pietra preziosa, regalatale da un misterioso uomo nell'incipit del corto. Ma quando dei gemiti e lamenti spingeranno la protagonista ad alzarsi dalla sua postazione e aprire la finestra dell'ufficio, il punto di vista dello spettatore dovrà fare i conti con quello che la profondità di campo ci rivelerà. Ogni processo di identificazione sarà vano, lo sguardo della macchina da presa immerge spietatamente nell'ambiente esterno, testimoniando il dramma e il caos, oppugnando la logica del male. Un pugno sullo stomaco.

sabato 23 gennaio 2016

Homophobia in Russia (2013)

Questo post non è dedicato a un film, ma a un progetto fotografico che mi ha colpito moltissimo. Si tratta del reportage fotografico "Homophobia in Russia", realizzato da Mads Nissen in Russia, nel Giugno del 2013. Il fotografo danese, racconta di essersi trovato in Russia per un workshop da lui organizzato per giovani russi, in quel periodo la Duma di Stato aveva implementato una nuova legge anti-gay, Nissen rimase molto colpito da questo e così decise di prolungare il suo soggiorno in Russia, per esaminare profondamente la condizione delle persone lgbt. La legge russa ha vietato così "propaganda di rapporti sessuali non tradizionali ai minori", rendendo illegale tutti gli eventi del gay pride, parlare dei diritti dei diritti in difesa delle persone lgbt e affermare che le relazioni omosessuali sono uguali a quelle eterosessuali. Il reportage fotografico di Mads Nissen racconta con estremo rigore documentaristo gli effetti di questa legge, che più che difendere i minori, si è dimostrata essere solo una gratuita e violenta persecuzione di matrice fascista contro la comunità lgbt. 
A pochi mesi dall'approvazione della legge, i neonazisti russi attraverso l'organizzazione "Occupy Pedophilia" hanno cominciato ad addescare ragazzi gay e bisex attraverso siti di incontri, accusandoli ingiustamente di pedofilia, anche se i ragazzi avevano l'età del consenso (in Russia parte dai 16 anni). I neonazisti hanno cominciato a girare video dove venivano immortalate umiliazioni, violenze verbali e torture fisiche  questi ragazzi, molti di questi video sono stati divulgati attraverso "vk.com", il social network russo gestito da Pavel Durov, un anarco-capitalista russo residente  negli Stati Uniti, che  malgrado le segnalazioni della comunità non perseguì nessun mandato. Fin'ora si contano circa 70 video girati da "Occupy Pedophilia" dove le vittime sono sempre ragazzi lgbt molto giovani.
Mads Nissen attraverso le sue fotografie ricostruisce uno spaccato della "democratica" e "moderna" Russia, dove l'imponente presenza della Chiesa Ortodossa con i suoi personaggi che l'albergano, come il politico Vitaly Milonov e l'attivista Dmitriy Tsorionov (che regge un'icona della Madonna con Cristo), giocano un ruolo quanto mai controverso nel promuovere il loro punto di vista creazionista contro la laicità nella società russa.
Il lavoro di Nissen colpisce per l'essenzialità e l'equilibrio formale, tra la freddezza documentaristica e la forza evocativa espressa dai ritratti umani. Si alternano continuamente scatti di violenza negli spazi aperti al pubblico e scatti di amore e quotidianietà tra le mura domestiche. Ma è dentro questa realtà privata che si può scorgere qualcosa di molto penetrante, gli occhi delle persone lgbt testimoniano spietatamente gli effetti psicologici della legge anti-propaganda, lasciando allo spettatore un "peso" morale grande quanto un macigno.