• Ida

    È un'opera che apparentemente potrebbe somigliare a un viaggio di formazione, ma l'assenza di psicologia ci costringe a fare i conti con qualcos'altro...

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  • L' Ascesa

    Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera....

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  • Il Nastro Bianco

    È un film che mortifica e disturba come pochi e lo fa in maniera silenziosa rinunciando a una violenza sfacciatamente visiva...

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mercoledì 21 settembre 2016

Türelem - With a little patience (2007)

Con l'infernale e poetico Saul Fia, il regista ungherese László Nemes ha certamente firmato un'opera coraggiosa e originale che aggiunge un contributo importante alla larga e spesso banale produzione di film dedicati all'Olocausto. Dalle stesse dichiarazioni rilasciate del regista, pare che sia piuttosto ossessionato dal tema, perchè come racconta, quando era piccolo i suoi genitori gli avevano rivelato che parte della sua famiglia era di origine ebraica e fu deportata nei campi di sterminio. László, afferma, che da quel preciso momento è come se avesse sentito una voragine oscura aprirsi dentro di lui. Non ci meraviglia, quindi, se il suo primo cortometraggio Türelem, sia una sorta di tesi cinematografica su quelle che saranno le tematiche e le tecniche stilistiche sviluppate in Saul Fia.László è interessato al male e sceglie di rappresentarlo nel migliore dei modi: la sua matrice umana. La sua logica, per quanto disumana è un prodotto pur sempre umano, lo spettatore si ritrova così ad affiancare il suo sguardo con quello di un Sonderkommando (Saul Fia) o di una giovane impegata nazista. La macchina da presa insegue parossisticamente i protagonisti nelle loro azioni quotidiane racchiusi in quel primo piano incorniciato nel formato 4:3. L'ambiente circostante privato della profondità di campo, diventa un involucro di spettri umani impenetrabile e insofferente, creando una tensione claustrofobica.Türelem è un interminabile pianosequenza della durata di 13 minuti e per quasi la totalità del tempo, siamo partecipi della vita quotidiana di una comune impiegata d'ufficio: scrive lettere, esegue ordini, ripone oggetti nel suo armadietto e ogni tanto agita tra le mani una pietra preziosa, regalatale da un misterioso uomo nell'incipit del corto. Ma quando dei gemiti e lamenti spingeranno la protagonista ad alzarsi dalla sua postazione e aprire la finestra dell'ufficio, il punto di vista dello spettatore dovrà fare i conti con quello che la profondità di campo ci rivelerà. Ogni processo di identificazione sarà vano, lo sguardo della macchina da presa immerge spietatamente nell'ambiente esterno, testimoniando il dramma e il caos, oppugnando la logica del male. Un pugno sullo stomaco.

sabato 23 gennaio 2016

Homophobia in Russia (2013)

Questo post non è dedicato a un film, ma a un progetto fotografico che mi ha colpito moltissimo. Si tratta del reportage fotografico "Homophobia in Russia", realizzato da Mads Nissen in Russia, nel Giugno del 2013. Il fotografo danese, racconta di essersi trovato in Russia per un workshop da lui organizzato per giovani russi, in quel periodo la Duma di Stato aveva implementato una nuova legge anti-gay, Nissen rimase molto colpito da questo e così decise di prolungare il suo soggiorno in Russia, per esaminare profondamente la condizione delle persone lgbt. La legge russa ha vietato così "propaganda di rapporti sessuali non tradizionali ai minori", rendendo illegale tutti gli eventi del gay pride, parlare dei diritti dei diritti in difesa delle persone lgbt e affermare che le relazioni omosessuali sono uguali a quelle eterosessuali. Il reportage fotografico di Mads Nissen racconta con estremo rigore documentaristo gli effetti di questa legge, che più che difendere i minori, si è dimostrata essere solo una gratuita e violenta persecuzione di matrice fascista contro la comunità lgbt. 
A pochi mesi dall'approvazione della legge, i neonazisti russi attraverso l'organizzazione "Occupy Pedophilia" hanno cominciato ad addescare ragazzi gay e bisex attraverso siti di incontri, accusandoli ingiustamente di pedofilia, anche se i ragazzi avevano l'età del consenso (in Russia parte dai 16 anni). I neonazisti hanno cominciato a girare video dove venivano immortalate umiliazioni, violenze verbali e torture fisiche  questi ragazzi, molti di questi video sono stati divulgati attraverso "vk.com", il social network russo gestito da Pavel Durov, un anarco-capitalista russo residente  negli Stati Uniti, che  malgrado le segnalazioni della comunità non perseguì nessun mandato. Fin'ora si contano circa 70 video girati da "Occupy Pedophilia" dove le vittime sono sempre ragazzi lgbt molto giovani.
Mads Nissen attraverso le sue fotografie ricostruisce uno spaccato della "democratica" e "moderna" Russia, dove l'imponente presenza della Chiesa Ortodossa con i suoi personaggi che l'albergano, come il politico Vitaly Milonov e l'attivista Dmitriy Tsorionov (che regge un'icona della Madonna con Cristo), giocano un ruolo quanto mai controverso nel promuovere il loro punto di vista creazionista contro la laicità nella società russa.
Il lavoro di Nissen colpisce per l'essenzialità e l'equilibrio formale, tra la freddezza documentaristica e la forza evocativa espressa dai ritratti umani. Si alternano continuamente scatti di violenza negli spazi aperti al pubblico e scatti di amore e quotidianietà tra le mura domestiche. Ma è dentro questa realtà privata che si può scorgere qualcosa di molto penetrante, gli occhi delle persone lgbt testimoniano spietatamente gli effetti psicologici della legge anti-propaganda, lasciando allo spettatore un "peso" morale grande quanto un macigno.




martedì 29 dicembre 2015

Carol (2015)

L'ultima opera di Todd Haynes è stilisticamente raffinata, fin dalle prime inquadrature si può notare l'attenzione per i dettagli, le luci, i riflessi, i primi piani; questa sistemazione estetica spesso è manieristica ma non intralcia la forza del film che è tutta nella ricerca introspettiva di Carol e Therese, interpretate da Cate Blanchette e Mara Rooney. Il film ruota attorno al loro legame che non trova respiro nella cultura patriarcale della New York degli anni '50, Carol si troverà ad affrontare il fallimento del suo matrimonio e un marito che pur di non lasciarla libera di fare le sue scelte sarà disposto a privarle la figlia. Il rapporto di Carol e Therese nasce al momento sbagliato e verrà usato dal marito per accusare la moglie di essere incapace di sostenere il suo ruolo di madre a causa della sua omosessualità.
La narrazione del film è usuale e monotona, non ci sono colpi di scena a parte quello della registrazione nella camera dell'albero di Carol e Therese da parte di una spia pagata dal marito di Carol. La relazione tra le due è rappresentata con molta naturalezza e semplicità, per questo la sensazione di "già visto" è assai evidente per gran parte dello sviluppo del film. In particolare la sequenza di sesso in cui Therese trema, rieccheggia moltissimo la relazione sessuale rappresentata nel film capolavoro "Aimee & Jaguar" di Max Farberbock. Ma questa assenza di originalità, è solo apparente perchè le intenzioni di Haynes sono lungi dall'essere quelle di focalizzarsi sulla storia d'amore tra due donne, visto che il primo contatto fisico tra Carol e Therese avviene soltanto dopo il secondo tempo dell'opera. La bellezza di "Carol" sta nel suo raccontare di  due persone che non riescono a incontrarsi, che vivono due vite vicine ma distanti, perchè sono inesorabilmente in lotta contro se stesse e con il mondo.
"Carol" avrebbe dovuto chiarmarsi "Therese", perchè il film rappresenta esattamente il suo percorso di formazione spirituale. L'incipit del film ci mostra la sequenza finale del ristorante dove Carol e Therese si rincontrano dopo un lungo periodo di separazione voluto da Carol per riuscire ad ottenere la custodia della figlia. Il seguito del film è un lungo flashback dove Therese è il punto di vista chiave della cinepresa, ci viene presentata come una giovane ragazza sola, insicura, che vive la sua vita passivamente, in attesa di qualcosa.
Therese non è ancora una donna, è un germoglio che non sboccia, non riesce a dire di "no" a chi non la merita, non riesce a costruire il suo portfolio di fotografie anche se vorrebbe, non riesce ad esternare i suoi sentimenti a Carol, la sua vita le passa davanti molto violentemente e le sue emozioni sono sottratte dal flusso di quelle degli altri che tentano di prenderla.
Ma sarà proprio l'amore per Carol a guidarla verso la libertà, a darle la possibilità di cominciare a vivere e costruire la sua vita. Questa consapevolezza interiore si materializzerà nel magico e potente finale dove sarà Therese che di sua iniziativa si incamminerà lentamente verso Carol seduta al ristorante, che noterà la sua presenza sorridendo. La parole che scrisse Carol nella lettera a Therese quando la lasciò, diventano profetiche: Therese la saluterà come un rito iniziatico della loro storia d'amore. La delicata e suggestiva colonna sonora di Carter Burwell accompagna questo passaggio come una catarsi. "Carol" è un film che malgrado abbia un'impostazione estetica ben esibita e una narrazione usuale, riesce nel suo intento di arrivare dentro allo spettatore e risvegliare aspetti inesplicabili dell'animo umano, commovendo davvero.


martedì 1 settembre 2015

Body Whitout Soul (1996)

"Tutte le forme d'arte seria e conoscenza - in altre parole,
tutte le forme di verità - sono sospette e pericolose."


Questa citazione di Susan Sontag, si materializza nell'introduzione del film del regista polacco Wiktor Grodecki, come un'avvertimento. Quello che infatti susseguirà, sarà una raccolta di disturbanti confessioni fatte da ragazzi minorenni affondati nel mondo della prostituzione e della pornografia, nella capitale della Repubblica Ceca degli anni Novanta. I ragazzi parleranno di come sono stati introdotti alla prostituzione e di come inevitabilmente siano entranti nel sistema dello sfruttamento pornografico attraverso un importante regista ceco, di nome Pavel Rousek. Quando entrerà in scena la confessione impietosa di quest'ultimo, il film si trasformerà in una vera e propria discesa negli inferi. I dettami dell'industria pornografia ci saranno presentati senza orpelli, con le sue leggi, o "norme", che nulla hanno a che vedere con il rispetto della dignità umana, sebbene risultino essere conformi alla domanda dei clienti e della stessa grande industria tedesca per cui Rousek lavora. Dopotutto la parola "dignità" accostata alla pornografia potrebbe far ridere qualcuno e al tempo stesso non spaventare proprio nessuno, in fondo è "il lavoro più antico del mondo". Eppure la costruzione del retroscena presentata in questo film è così disumana e destabilizzante che vedere quei giovani corpi che si denudano e si docciano prima di entrare nel set per mettere in pratica le loro prestazioni sessuali, vi faranno contorcere le budella. E non è un caso se il regista, genialmente, abbia accostato, attraverso un montaggio alternato, le scene del set del film porno con la dissezione di un cadavere in obitorio per mano dello stesso Rousek, sì perchè quest'ultimo rivelerà di avere anche una seconda professione, quella di essere un ottimo dissezionatore di cadaveri!
Il montaggio alternato non fa altro che portare in luce le contraddizioni delle diverse azioni e confessioni dei protagonisti fino all'estremo, ed è la forza di questi raccordi violenti tra una inquadratura ad un'altra che va a strutturare il punto di vista impersonale dell'autore. Cominciano così una serie di importanti interrogativi, risposte ed intuizioni che fanno accaponare la pelle:
Vendere un corpo sessualmente è come vendere carne a macello? No, la carne a macello può essere venduta separatamente e dissezionata, il corpo sessualmente no. Se a un cliente piace una parte del corpo, non può essere tagliata, bisogna dargli tutto il corpo insieme a quella parte, spiegano i ragazzi.
Ma insieme al corpo è venduta l'anima? No, il cliente prende un corpo vuoto come un bicchiere vuoto, perchè è interessato solo a quello, rispondono ancora i ragazzi. Allora l'anima in quel momento dov'è? Il cliente fa sesso con un corpo morto? No, il cliente prende anche l'anima insieme al corpo. 
Noi abbiamo un corpo e al tempo stesso siamo il nostro corpo, ciò implica che una parte del sè viene venduta agli altri, in che modo gli effetti di questa compravendita si manifestano sulla nostra persona?
La risposta, alla conclusione del film, divene spietatamente chiara: la prostituzione e la pornografia rappresentano la massima espressione della mercificazione del corpo umano e la forma più totale dello sfruttamento della persona umana.
"Body without soul", è un'opera che lacera e disturba come poche, ci spinge a una riflessione profonda su un tema oggi più che mai discusso, che divide radicalmente il mondo, tra chi tenta di criminalizzare la prostituzione e chi a legalizzarla (come abbiamo visto in Europa negli ultimi decenni). Probabilmente un'indagine sociologica e un saggio di filosofia sul tema non renderebbero giustizia agli occhi sofferenti di quei ragazzi ridotti a cadaveri, a "corpi senza anima" dal business del sesso, per questo motivo la visione del film diviene quanto mai necessaria. 
E diviene chiara anche la citazione di Susan Sontag nell'introduzione della pellicola: la verità è talmente "sospetta" e "pericolosa", che tornare a impersonificare il proprio ruolo di consumatore passivo e assetato sarà più semplice e accomondante che affrontare questo film e accreditare la verità alle forme di pensiero che provoca. Ma l'eco lacerante di David, uno dei ragazzi che è stato infettato dall'AIDS, che alla domanda del perchè si fosse prostituito risponde: "L'anima voleva il denaro", continuerà a risuonare nelle nostre teste per molto tempo. Come non potremo mai dimenticare il suo sorriso amaro, appena dopo la confessione di Rousek quando pronuncia: "Sembra che ci sia giustizia. A volte... dopotutto", riguardo la sua eventuale grazia di Dio per essere riuscito a non contrarre il virus dell'AIDS, malgrado il suo stile di vita. In questo documento dis-umano, che sembra scandire universalmente la via crucis umana dentro la società capitalista, gli sfruttatori vincono e non c'è nessuna giustizia sociale e salvezza per le anime afflitte dalla miseria d'amore. Il sorriso amaro di David testimonia la sventura umana, che "sradica dalla vita, equivale, più o meno, alla morte" (Simone Weil). Il film è accompagnato da notevoli brani di musica sacra, dal "Miserere" di Allegri al "Requiem" di Mozart, che inseriti nelle brutali e crudeli confessioni creano un effetto straniante e disperato.

Qui potete trovare il film, mentre su questo link potete scaricare i sottotitoli in italiano, creati dal sottoscritto.

sabato 23 maggio 2015

Nous étions un seul homme (1979)

Philippe Vallois è un autore francese ancora sconosciuto a molti, sebbene oggi sia uno dei maggiori pionieri del cinema queer e non manca il suo nome nelle rassegne cinematografiche dei festival lgbt più noti al mondo. Esordì nel 1975 con il film scandalo “Johan”, dove mise in scena la sua personale storia d’amore che stava vivendo in quel periodo con un detenuto. Vallois all'epoca non apparteneva a nessun circolo intellettuale o associazione militante omosessuale, confidò nella macchina da presa tutta la possibilità di esprimere il suo desidero di libertà ed emancipazione. Come afferma: “Secondo me, un film, come ogni opera d’arte, può aiutare l’artista a estrarre la parte nascosta del suo mondo interiore, a affermare la sua vera natura e non quello che la società si attende da lui. E dunque perché opporsi al processo? Non può che essere di pubblica utilità”.

Non sorprende che nel 1979 quando gli venne proposto di girare un film hard a sfondo gay, da uomini d’affari che avvevano intezione di aprire un cinema porno in Francia, Vallois abbia trasformato quel progetto in una delle più belle storie d’amore rappresentate sullo schermo.
Nous étions un seul homme” malgrado il budget ristretto, è un’opera visivamente potente che arriva alle viscere. Il film narra la storia di Guy, un giovane che vive da solo in un cottage della Lot-et- Garonne, nella Francia del 1943, accompagnato dalla presenza della sua ragazza Jenine. Un giorno Guy incontrerà per caso un soldato tedesco ferito che porterà a casa sua. Quando il soldato si rimetterà in sesto e cercherà di tornare al suo esercito, Guy gli e lo impedirà inseguendolo e provocandolo. Il soldato si troverà in una situazione particolare, in quel luogo isolato dalla guerra e avvolto solo dalla natura selvaggia e primitiva, libera da qualsiasi contaminazione della civiltà, comincerà a riflettere su se stesso e sulla sua vita. Anche Guy attraverso questa nuova presenza umana dentro la sua casa, comincerà a prendere coscienza del suo mondo e del suo passato. Non è un caso se i due personaggi si scontreranno continuamente, in un gioco quasi perverso tra debole e forte, tra amico e nemico, tra buono e cattivo, tra francese e tedesco, per impedire che le loro emozioni più informali escano fuori. Lo stesso Guy soprannominerà il soldato come “assassino”, dubitando sempre delle sue intenzioni anche se il soldato si dimostrerà tutt’altro che esserlo, come quando racconterà l'incontro toccante avuto con una bambina ebrea terrorizzata, che lui lasciò libera. La barriera che impedisce la connessione tra due esseri umani è la paura e il regista sembra insisterci continuamente nella sua ricerca: Guy nasconde un passato oscuro perché ha vissuto parte della sua vita in un ospedale psichiatrico e non farà che aggredire verbalmente il soldato accusandolo che “i tedeschi uccidono i pazzi”. La paranoia e la follia di Guy alimentate dalla stessa paura sono la causa della sua solitudine, della sua incapacità di comunicare con il mondo e di amare. Il soldato tedesco però, proverà qualcosa di più profondo che di una semplice amicizia per Guy, un amore che prende spazio negli ultimi suggestivi momenti del film, ma che basterà a impedire la tragedia finale. Il terzo incomodo della storia è rappresentato dal personaggio ambiguo di Jenine, che per amore di Guy cercherà di appoggiarlo e aiutarlo a nascondere "l'invasore" tedesco, vegliando sui protagonisti come una figura protettiva per gran parte della storia, fin tanto sotto i suoi occhi si rivelerà l’amore carnale tra i due uomini.


Vallons descrive questi ritratti umani con molta naturalezza, riuscendo a cogliere la brutalità, l’ironia, la leggerezza e la tragedia nel quotidiano. Un’operazione che rifiuta chiaramente i canoni classici del melodramma e che certamente non andrà a genio a chi si aspetta un film sentimentale.
L’opera di Vallons è magicamente inafferrabile, mettendo in scena un ampio spettro di sentimenti umani difficilmente catalogabili, lasciando spazio all’intuizione dello spettatore, come nell’ambiguo e tragico finale. La naturalezza con cui maneggia il materiale non dovrebbe confonderci riguardo le sue intenzioni stilistiche, perché Vallons è chiaramente antinaturalista, le sue immagini cienematografiche perlustrano l’animo umano; l’ambiente naturale e selvaggio presentato nel film non è solo uno sfondo dei personaggi, ma è un’estensione dei loro sentimenti. A questo proposito è bene ricordare due scene indimenticabili, come la scena della pesca del lago, dove i due uomini, dopo uno scontro violento che li mette in condizione di perdere la vita, si ricongiungono fraternamente mentre i raggi del sole abbagliano i loro volti in una panoramica dall'impatto mistico; e la sequenza surrealista in cui Guy mentre cerca in vano nella natura selvaggia, il soldato fuggito (dopo che questo ha tentato inutilmente un approccio con lui), e trova un violino rotto che poi si rivela essere subito il cadavere del soldato seppellito sotto la terra. Sequenza che richiama simbolicamente il sogno di Guy che racconta al soldato in un momento precedente del film:

C'era un'isola, nell'oceano... con un branco di pinguini... sulla collina più alta dell'isola. Ma quelli che da lontano sembravano pinguini... non erano pinguini...ma un'orchestra... con musicisti vestiti in frac. Facevamo parte tutti e due dell'orchestra... io suonavo il violino... e anche te. Era molto facile... e anche molto bello. Tutti i musicisti erano molto felici! Ma purtroppo... il concerto si è concluso in modo drammatico. Perché uno dei musicisti ha fatto una nota sbagliata. C'è stata una lotta terribile... tutti i musicisti contro i violini. A quel punto... siamo corsi via. C'erano violini rotti ovunque... ma mi sembra...... che quei violini non erano più dei violini... ma dei veri cadaveri. l musicisti non non c'erano più... ma noi due... eravamo salvi. Provvisoriamente credo... perché... nessuno su quell'isola...... poteva evitare la maledizione che spingeva i musicisti a combattere... l'uno contro l'altro... sempre... a causa di una nota sbagliata
Il sogno è una terrificante metafora del violento condizionamento che la collettività ha nei confronti dell’individuo. Quei violini che emettono la nota “sbagliata” sottolineano la “differenza” che i protagonisti sentono dentro se stessi rispetto al mondo che li circonda: Guy per la sua follia e il soldato per la sua omosessualità. Guy raffigura quel violino anche in un disegno, fingendo di ritrarre Jenine.
Il sogno sottolinea come gli esseri umani sono disposti ad autodistruggersi a vicenda ogni qual volta un essere umano emette una “nota” (comportamento, sentimento, pensiero) diversa rispetto a tutto ciò che l’ordine sociale classifica come corretto. E sembra che non ci sia modo di arrestare questo processo come lo sottolinea l'amarissimo finale, quando Guy compierà il gesto violento ed estremo contro il suo amato, guidato da un automatismo: eseguirà l'esecuzione e trasporterà il cadavere esattamente come ha visto fare i compaesani francesi contro un traditore francese, "amico" dei tedeschi. Quell'automatismo non è il semplice prodotto di una turbe psichica sofferta dal protagonista, quanto l'esito dell'influenza bellica che lo Stato esercita sul comportamento umano.


Ma in fondo a questa visione spietata e crudele dell'autore, si cela un barlume di speranza rappresentata dall'amore, esplicata magistralmente nella scena madre del film, quando in piena notte, Jenine spiando attraverso la finestra del cottage, assiste all’unione carnale di Guy e il soldato tedesco: i due corpi immersi nell’oscurità della notte e illuminati solo dal chiarore della luna, si legano intensamente e armoniosamente in una composizione caravaggesca di luci pallide e ombre, mentre una musica barocca si accorda con i movimenti dei loro corpi. È una scena potente e commovente che merita di essere ricordata a lungo, soprattutto per l’impatto simbolico: Guy poco prima di questa scena ricorda attraverso dei flashback l’immagine di Jenine che si offre sessualmente a lui, Guy farà esattamente lo stesso con il soldato tedesco, entrando a contatto il suo archetipo femminile più recondito, offrendo "all'assassino" la disponibilità del suo corpo. Ma è altrettanto sorprendente come nell'amplesso tra Guy e il soldato tedesco, il femminile e maschile si alternano, mescolano, plasmano, tra posizioni sessuali reciprocamente attive e passive, diventando due figure umane perfettamente complementari, esprimendo l'autenticità di un equilibrio misterioso e primordiale. Jenine che assiste silenziosa alla scena dalla finestra del cottage come una vera "voyeur", prende dolorosamente coscienza di ciò che lei non ha mai ottenuto da Guy: l’amore. È interessante come Vallons abbia preso in "prestito" gli stereotipi dei film hard e ne abbia sovvertito, se non distrutto, la loro valenza. Jenine, successivamente, come in un film hard, entrerà nel cottage e si inserirà nel letto insieme ai due uomini accarezzando Guy, esprimendo inesorabilmente la sua solitudine. Il finale del film, che non rivelerò, ne dimostrerà tutte le tragiche conseguenze.
Vallons con “Nous étions un seul homme” lascia al mondo una importante dichiarazione d’amore. Un amore che nell'oppressione sociale e nella follia umana, resiste tragicamente.

ps: su questo link potete scaricare il film con i sottotitoli in italiano.