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  • La Commune, Paris 1871

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  • L' Ascesa

    Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera...

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domenica 27 settembre 2020

Midsommar - Director's Cut (2019)

Dopo il poco riuscito (e sopravvalutato) esordio "Hereditary", Ari Aster ci trasporta in un piccolo villaggio sperduto tra i boschi della Svezia, dove un gruppo di studenti americani deciderà di passarci una vacanza per partecipare alla "festa di mezza estate", una tradizione secolare del posto. Come in "Hereditary", quello che emergerà in "Midsommar", sarà un terrificante disegno orchestrato da un mondo pagano e settario che si nasconde, cospira e irrompe all'interno di un'apparente laica e progressista società. Aster maneggia il materiale con estrema raffinatezza, rallentando i tempi (il film che ha pensato dura ben 172 minuti, contro i 148 della versione tagliata finita nelle sale), questo gli permette di creare un'atmosfera costantemente tesa e misteriosa, funzionale alla preparazione spirituale dei riti che verranno celebrati. La natura è un elemento che gioca un ruolo fondamentale nel film: fin dall'ingresso dei protagonisti nei boschi, Aster con una lunga carrellata sull'auto in strada capovolge la macchina da presa portando l'attenzione verso gli alberi che creano una sorta di galleria verso il cielo, successivamente l'uso del campo medio e lungo sarà predominante nelle scene come a sottolineare l'elemento umano assoggettato a questa "nuova" prospettiva. I campi verdi, le montagne, i fiori, invaderanno letteralmente lo spazio e i corpi dei personaggi, interessante a questo proposito è la sequenza in cui Dani, una delle protagoniste, dopo aver ingerito una droga per l'iniziazione della festa, vedrà le sue mani e i suoi piedi fondersi con l'erba, è una sequenza che non può non ricordare "Antichirst" di Lars Von Trier, dove William Dafoe cercava di liberare l'angoscia e la paura della moglie facendola entrare in contatto con madre natura, depurando la propria individualità. Anche in questo caso i personaggi del villaggio saranno invitati ad abbondare il proprio ego, per permettergli di "aprire la mente" e accogliere l'energia arcaica del luogo. Arriverà come uno shock, il rito dell'ättestupa. La scena è visivamente disturbante e diretta magistralmente. Questo evento segnerà una rottura all'interno del gruppo degli studenti, così alcuni decideranno di andarsene indignati, altri di rimanere per raccogliere avidamente materiale per la loro tesi di antropologia. Il film da qui in poi sarà una lunga discesa infernale, dove le sparizioni, le stranezze, gli orrori e gli atti subdolamente coercitivi della comunità saranno padroni, fino a condurci a un finale spiazzante e disturbante come pochi film del genere horror siano riusciti a concepire nell'ultimo ventennio. "Midsommar" è l'erede di "The Wicker Man", ma è anche molto di più. La forza del film è anche nell'aver maneggiato efficacemente la crisi di una storia d'amore, quella tra Dani e Christian, che si sgretola lentamente nell'ingranaggio perverso della comunità, annientando completamente le loro difese psicologiche e il loro raziocinio, riducendoli a pure marionette. E cosa ci può essere di più orrifico di questo? Cancellare ogni possibile forma identitaria, svuotando l'individuo di ogni libertà e verità, fino a ridurlo a un guscio vuoto di pelle umana, proprio come nel mortificante rito finale. Di straniante incanto sono le musiche composte da The Haxan Cloak, che accompagnano costantemente il flusso filmico evocando atmosfere ancestrali. "Midsommar" è un'esperienza ammaliante e terrificante al tempo stesso, da fare almeno una volta nella vita.

Il film è disponibile in Blu-ray disc su questo link.


venerdì 14 agosto 2020

Vacanze per un massacro (1980)

Film dal piccolo budget, girato praticamente in soli dodici giorni, racconta di Gio Brezzi (interpretato da un azzeccatissimo Joe Dallessandro), un detenuto fuggito dal carcere che tenta di recuperare il suo bottino nascosto sotto il camino di un casolare in campagna, con sorpresa però lo trova occupato da due sorelle e un uomo borghese (marito di una delle due), che sono in vacanza. Gio spiando dalla finestra come un voyeur, sarà testimone dell'adultero tra l'uomo e la sorella della moglie e aspetterà che quest'ultima sarà sola per fare irruzione nel casolare e recuperare il bottino. 
Il film ha una trama essenziale, a tratti appena abbozzata, i dialoghi sono ridotti all'osso e spesso banali, ma riesce a fare dei silenzi la sua forza. Di Leo lascia che i corpi dei suoi personaggi si esprimano attraverso la violenza e la loro sessualità e che quest'ultima invada prepotentemente il loro equilibrio psicologico, rompendo e costruendo nuovi rapporti sentimentali, creando così un'atmosfera continuamente ambigua e tesa tra i quattro personaggi, che rimangono rinchiusi nel casolare per gran parte della durata del film a disputarsi fiducia e compromessi. Le musiche prese in prestito da "Milano Calibro 9" composte da Luis Bacalov e gli Osanna guidano insistentemente i loro corpi, in lunghi amplessi oltre la logica, in un lirismo senza tempo, accrescendo il pathos fino al finale, che è notevole visto le premesse della pellicola, dove il teso contrasto tra l'erotismo e la violenza implode nella tragedia. Definito dal critico Marco Giusti, come "un folle thriller con risvolti sadici di una certa efficacia girato in dodici giorni", è indubbiamente un film minore del regista, per alcuni classificato anche come b-movie, ma di indiscutibile fascino, guardandolo non si può non pensare a quanto Quentin Tarantino sia debitore di Fernando Di Leo! Spicca l'interpretazione di Lorraine De Selle, che malgrado abbia un personaggio relegato all'erotismo (non a caso appare continuamente denudata) riesce a darli spessore con il suo sguardo torbido e cupo.

Il film gode di un'edizione Raro Video, acquistabile su questo link.

venerdì 7 agosto 2020

La seduzione (1973)

Decimo lungometraggio di Fernando Di Leo, è una trasposizione del romanzo "Graziella" di Ercole Patti. Ambientato in Sicilia nel comune di Acireale, racconta di Giuseppe Laganà, un giornalista francese che rientra nella sua terra natia, con il desiderio di rincontrare Caterina, un suo amore di gioventù. La donna è rimasta vedova ed è madre di Graziella, una ragazza ancora adolescente. Giuseppe grazie all'aiuto del suo amico Pino, riuscirà a organizzare un incontro "casuale" con Caterina e a dichiararle finalmente i suoi sentimenti nascosti da anni. Caterina rivelerà di provare lo stesso forte sentimento, così i due proveranno a ricominciare una vita insieme. Ma la vita tranquilla della coppia verrà scompigliata dall'apparente innocente e ingenua Graziella... 
Il soggetto del film appartiene a un filone cinematografico - e letterario - abbastanza ricco (come non pensare alla "Lolita" di Nabakov?), perciò l'immaginario dello spettatore non può che portarlo a 
continui confronti e rimandi. Ma il film di Di Leo supera la prova in fatto di originalità e ne esce a testa alta, perché riesce davvero a costruire un microcosmo credibile. Lo fa' rappresentando la sessualità dei personaggi nella loro totale semplicità e naturalezza: da un lato c'è quella di Caterina relegata alla profondità del legame sentimentale - che Giuseppe ricambia - dall'altro quella dei "turbamenti ormonali" di Graziella, tipicamente adolescenziali, su cui Giuseppe proietterà le sue fantasie erotiche. A questo proposito, le scenette erotiche che alternano spesso il film, nella loro perfetta quotidianità e banalità, sono funzionali, perché rafforzano la rottura e il trauma che ne deriverà (dalla scoperta dell'adulterio da parte di Caterina). Giuseppe si rivelerà essere l'impietoso ritratto di un uomo borghese, ipocrita, privo di nobiltà d'animo, nonché di virtù e che ha sotterrato qualunque forma di onore. A disseppellire quei valori perduti, sarà proprio Caterina nell'atto finale (che non rivelo), in un'immensa Lisa Gastoni: i suoi grandi occhi grigio-azzurri sprofonderanno, con dolente bellezza, nella voce struggente di "Mi Votu E Mi Rivotu" cantata da Rosa Balistreri.
Di Leo si conferma un regista di importante spessore, dotato di una singolare e pungente ironia, quanto di altrettanta spietatezza nel rappresentare il dramma. Dai suoi film si esce quasi sempre sconvolti dentro, per la violenta disillusione che subiscono i suoi personaggi femminili.
Piccola curiosità, dalla rivista Nocturno, pare che Lisa Gastoni abbia anche avuto un ruolo importante nel definire la forma del film, in quanto convinse il regista a sostituire Ornella Muti con l'attrice Jenny Tamburi:
«Quando vide Ornella la Gastoni ebbe quello che a Roma si dice lo sturbo. Aveva ragione. Anche cinematograficamente. Bisognava prendere una ragazza meno sexy di quanto fosse la Muti, altrimenti Maurice Ronet sarebbe caduto nel peccato. Mentre giocate così, con la Tamburi, le scene di seduzione della ragazzina, poco appariscente ma con la forza dell'adolescenza, funzionarono molto meglio»¹.
Il film è disponibile in blu-ray per l'acquisto, su questo link.

 ¹Dossier Nocturno n°14, Calibro 9. Il cinema di Fernando Di Leo.

venerdì 31 luglio 2020

Maddalena (1971)

Film sfortunato del regista polacco Jerzy Kawalerowicz (lo stesso del più noto e dissacrante "Madre Giovanna degli Angeli" che gli valse il Premio della Giuria a Cannes nel '61), qualche informazione in merito alla pellicola ce la dà il sito di Nocturno: pare che il regista si sia disinteressato al progetto, lasciandolo alla sorte dei produttori Franco Clementi e Joseph Fryd che con l'aiuto del montatore Kim Arcalli lo hanno "ridefinito". Il film segue le vicende di Maddalena, una donna borghese e libertina che la notte di capodanno chiede scherzosamente ai suoi amici di portarle un prete per sedurlo, gli uomini lo faranno davvero sequestrando un prete della zona. Quando Maddalena si ritroverà davanti ai suoi occhi il giovane prete, proverà vergogna e imbarazzo, rimanendo colpita dalla sua umiltà e il suo essere pacifico.
Tra i due si instaurerà un forte legame di reciproca comprensione, ma ambiguo e conflittuale, entrambi si rispecchieranno nella loro infelicità e nella disperata ricerca di trovare un senso alla loro vita. Maddalena si innamorerà del prete, ma lui non riuscirà a ricambiarla, perché è in netto contrasto con la sua vocazione spirituale. Un'aspetto peculiare del film è la presenza di una sorta di doppelganger del personaggio di Maddalena, che è identificato da una versione di se stessa con una parrucca bionda, questo doppio la tormenta, facendole emergere visioni legate a un passato arcaico (la scena in cui unge i piedi del prete è un chiaro riferimento alla Maddalena biblica, la prostituta ripudiata dal popolo ma salvata da Cristo), a possibili ricordi traumatici (come quella della scena dello stupro di gruppo) o a cose che potrebbero accadere o che accadono metaforicamente in base alle sue paure e insicurezze (come la scena surreale della prigione in cui il prete la lascia rinchiusa al desiderio carnale dei carcerati, un riferimento al possibile abbandono). Ma la bellezza del film è sopratutto nella sua semplicità e nella sua capacità di immortalare momenti di vera poesia con pochissimi mezzi, rifiutando qualsiasi forma di spettacolarizzazione. La scena in cui Maddalena è al mare, cammina sul bagnasciuga e si rotola sulla spiaggia sotto le nostalgiche musiche di Ennio Morricone, è esemplare in tal proposito. Maddalena rifiuta la sua vita borghese, si svuota di tutto per seguire il suo amore e in quella spiaggia è come se vedesse il mondo per la prima volta: dal mare estrae una rete e dalla sabbia dei grossi rami secchi per costruire la base di una casa, dopo prende anche due sassi in mano e li sfrega, richiamando l'atto primitivo in cui l'uomo scoprì il fuoco. Queste visioni arcaiche invadono la pellicola con una semplicità disarmante, mai banale. 
Ma per lo spirito di Maddalena quella solitudine e quella libertà scoperta non sono abbastanza, la visione del prete sopra la collina la acceca, così comincia a farsi del male con uno dei sassi che ha in mano. Maddalena tenterà un ultimo e vano atto per arrivare al prete: lascerà morire il suo coniuge dopo un incidente (come l'incipit del film preannuncia), un uomo ricco ed egoista che la usava esclusivamente come un oggetto sessuale. Maddalena così si libera del suo status sociale per provare a ricominciare una nuova vita, ma la violenza di questa rivelazione sconvolge il prete.
Nell'amaro finale Maddalena e il prete si getteranno nudi nel mare per una resa dei conti, lei cercherà delle risposte, ma il prete si allontanerà da lei e nuoterà incessantemente verso l'orizzonte dell'oceano senza mai fermarsi, Maddalena proverà a seguirlo ma la sua figura si perderà nell'immensità di quel mare come inghiottito. Un suicidio esistenziale o l'ascesa verso l'altro mondo? Maddalena ritornerà sulla spiaggia trasportata violentemente dalle onde del mare, il suo corpo femmineo e nudo si accascerà sul bagnasciuga. Cacciata dal paradiso? Le chiavi di lettura potrebbero essere molteplici, la certezza è il grande senso di inadeguatezza che domina.
Il film di Kawalerowicz, malgrado la sua incompiutezza, la poca incisività di alcune scelte stilistiche e il suo essere ridondante, si insinua nella mente dello spettatore come una piccola lama. Parla continuamente di amore senza mostrarlo, rimane qualcosa di sotterraneo che i protagonisti non riescono a far risalire nelle loro vite, come un sogno utopico, un miraggio indecifrabile, ciò che invece tragicamente prevale è la disgregazione della loro personalità dovuta al peso dei ruoli che la società patriarcale li ha prefissato. A questo si aggiunge che il film conserva un fascino nostalgico e una libertà cinematografica che si respirava solo negli anni '70. Lisa Gastoni nel ruolo di Maddalena è perfetta, il suo corpo nudo, erotizzato con delicatezza e straziato dalla solitudine nella scena finale, è memorabile. 
La famosa colonna sonora di Ennio Morricone, probabilmente, è l'unica cosa che oggi gli spettatori potranno ricordare di questo film (è stata usata successivamente anche in altri film come "Le Professionnel" di Georges Lautner), perché ormai la reperibilità della pellicola è pressoché impossibile se non attraverso qualche registrazione televisiva rilasciata sul web (vedi qui). 

domenica 26 luglio 2020

Matthias & Maxime (2019)

Xavier Dolan continua a produrre film con una velocità che può suscitare qualche perplessità e lasciar presagire il peggio, eppure malgrado il suo cinema non sia cresciuto tantissimo sul piano contenutistico e formale, riesce a riserbare ancora qualche piccola sorpresa. Sì, perché malgrado questo film sia stato duratamene criticato per la narrazione appena abbozzata e la moltitudine di personaggi secondari che privano dello spazio ai due protagonisti, alla fine dei conti è una riuscitissima rappresentazione dell'innamoramento. Quello bastardo, che ti divora dentro rendendoti vulnerabile, perché sai che esporlo metterebbe a nudo tutte le tue fragilità, ferite, sogni incompiuti e traditi (precedentemente, da qualcun altro). Perciò tra i due protagonisti regna un silenzio costante e il loro "evitarsi" reciprocamente crea un gioco continuo di sottintesi, tensioni ed aspettative. La scena in cui i protagonisti si rintanano completamente in una stanza chiusa a chiave, per nascondersi dagli occhi degli amici, è meravigliosa. Tra i due la tensione è altissima e per la prima volta si abbandonano ad un amplesso sessuale, fuori c'è la pioggia e l'inquadratura è improvvisamente posta attraverso un piccolo foro del cellophane che copre la finestra, é come se li  osservassimo attraverso gli occhi di un voyeur. Ma chi li sta osservando realmente? Quando Matthias abbandona la stanza, la messa a fuoco dell'inquadratura di quel piccolo foro cambia immediatamente, rivelandoci che la fessura del vetro è così piccola, appannata e bagnata dalle gocce della pioggia, che sarebbe stato impossibile per uno sguardo umano riuscirvi a spiare dall'interno. La bellezza del cinema è proprio questa, il poter guardare anche dove non ci è permesso. Il film è lungi dall'essere perfetto, come spesso accade nel cinema del giovane regista canadese, pecca nell'eccessivo uso di tracce musicali, che tentano ingenuamente di costruire dei sentimenti negli scenari, la scelta si dimostra stucchevole e controproducente rispetto alla forza di quei silenzi che il film invece gestisce magnificamente. Si arriva a un finale bello, delicato, che conferma le intenzioni del regista: il cinema è un sogno giocoso sui cui riporre le proprie speranze.